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Materiali Convegno: CPA Firenze Sud


Introduzione

Spesso pensiamo alla speculazione finanziaria come a un’entità astratta e impersonale, governata da forze oscure che, per comodità, chiamiamo “poteri forti”. Questo ci porta a disinteressarcene, salvo quando i giornali parlano di “venerdì nero” o dello “spread in rialzo”.
Leggendo questo testo, scopriremo invece quanto la speculazione finanziaria ci riguardi da vicino: i nostri risparmi sono la base economica attraverso cui la finanza compra e vende, impacchetta e spacchetta miliardi di dollari, in un gioco speculativo che nella crisi concentra capitali nelle mani di pochi e socializza le perdite. Questo meccanismo alimenta la guerra, la corsa al riarmo e la privatizzazione delle risorse.
Capiremo anche che il taglio dello stato sociale non è un effetto collaterale dell’aumento della spesa militare, come se tirando la coperta da un lato si scoprisse dall’altro. È invece una scelta deliberata per costringere lavoratrici e lavoratori, anche contro la loro volontà, a mettere in gioco i propri risparmi per garantirsi una pensione o l’accesso alla sanità.
Finché pensione e cure sanitarie erano garantite dallo Stato, avremmo potuto tenere i soldi anche sotto il materasso. Non è più così: attraverso incentivi fiscali, tassazioni vantaggiose, obblighi e meccanismi come il “silenzio-assenso” sul TFR, il sistema ha sbloccato e messo in circolazione ogni forma di risparmio, consegnandola al mercato finanziario. Oggi anche il lavoratore povero è finanziarizzato.
Arriveremo infine a spiegare come funzionano i fondi integrativi, chi li controlla, e porremo la questione di una campagna di sensibilizzazione per mettere in discussione il sistema della guerra e la sua base economica che, nostro malgrado, sono proprio i nostri risparmi.

I “Big Three” e il loro ruolo

Per comprendere la guerra in corso è necessario comprendere la crisi statunitense e il ruolo attivo dei grandi fondi nel conflitto.
Partiamo da chi sono:

  • BlackRock
  • Vanguard
  • State Street Global Advisors

Chiamati collettivamente “The Big Three”, insieme controllano quote azionarie enormi in praticamente tutte le grandi società quotate al mondo. Detengono una posizione dominante nel settore tecnologico, con potere di voto e controllo sugli amministratori delle cosiddette “Magnificent 7”, protagoniste della più grande bolla speculativa della storia, quella dell’intelligenza artificiale:

  • Apple
  • Microsoft
  • Nvidia
  • Alphabet (Google)
  • Amazon
  • Meta
  • Tesla

Lo stesso schema si ripete nel settore energetico, dove i Big Three sono presenti sia nei combustibili fossili che nella transizione green:

  • ExxonMobil (USA)
  • Chevron (USA)
  • Shell (UK/Olanda)
  • BP (UK)
  • TotalEnergies (Francia)
  • Saudi Aramco (Arabia Saudita)
  • Equinor (Norvegia)
  • NextEra Energy (USA)
  • Enel (Italia)
  • Iberdrola (Spagna)

La loro solidità sui mercati li rende appetibili: sono considerati sicuri e, a costi contenuti, garantiscono rendimenti competitivi. È questo il meccanismo che permette loro di attrarre enormi masse di risparmio, compresi i fondi pensionistici e sanitari europei e italiani.
Il percorso tipico del risparmio europeo è: lavoratore, fondo pensione di categoria, gestore patrimoniale, Big Three. I fondi pensione europei non gestiscono direttamente il denaro: lo delegano a gestori esterni, e i più grandi e competitivi sono proprio loro. In Italia ne sono esempi il Fondo Cometa e Metasalute.
Tutto questo è avvenuto — e continua ad avvenire — perché il ritiro dello Stato dall’economia e il taglio progressivo del welfare sono stati funzionali alla privatizzazione di tutti i settori. Una scelta deliberata, di matrice neoliberista: la privatizzazione è l’anticamera della finanziarizzazione. Attraverso la tassazione da un lato e le agevolazioni fiscali dall’altro, il sistema spinge i risparmi verso il mercato finanziario. Per il capitale sarebbe uno spreco lasciare immobilizzata quella liquidità: così anche il lavoratore povero, che presumibilmente non riesce a risparmiare, si ritrova finanziarizzato attraverso i fondi che hanno sostituito lo stato sociale.

La crisi USA e il Genius Act

Gli USA sono in crisi: il debito cresce accelerando, su fondamenta economiche sempre più fragili. Washington fatica a collocare il proprio debito senza alzare i tassi di interesse – anche su quello a breve scadenza – il che aumenta le uscite per corrispondere i rendimenti. Con i tassi in rialzo, inoltre, la FED ha bloccato il meccanismo del quantitative easing cioè quello attraverso cui stampava moneta per acquistare debito pubblico: un’operazione possibile quando i tassi erano prossimi allo zero, ma che oggi rischierebbe di alimentare l’inflazione, erodendo il potere d’acquisto dei salari e comprimendo i consumi interni.
In questo contesto va letta la nascita del Genius Act, che ha ricucito il rapporto tra l’amministrazione USA e i Big Three. L’ultima elezione di Trump non era del tutto attesa. I grandi fondi erano in parte spaventati dall’instabilità del mercato statunitense, mentre Trump si accompagnava con una corte di speculatori alternativi, più spregiudicati e lontani dai circoli tradizionali della borsa, con Musk in prima fila. In quella fase Trump alzava anche il livello dello scontro con la FED sui tassi. I Big Three arrivarono a scrivere una lettera ai propri azionisti, ipotizzando una parziale fuga dal dollaro per garantire maggiore stabilità ai rendimenti.
Fu in quel momento che si aprì l’ipotesi che il ReArm Europe – sostenuto da fondi pubblici e dalla riconversione industriale – potesse costituire una bolla d’investimento autonoma rispetto al dollaro. I Big Three rafforzarono in quella fase le proprie posizioni nell’industria della difesa europea. Il progetto del riarmo ha prodotto tre effetti: ha moltiplicato il valore delle loro quote, ha abbassato le difese regolatorie – come il golden power italiano – e ha fornito copertura politica per aumentare ulteriormente le partecipazioni.
Il ReArm Europe non ha rappresentato un ingresso, ma la maturazione di un posizionamento che dura da almeno un decennio.
Il caso italiano è rivelatore. Nel settembre 2024, il governo Meloni ha autorizzato BlackRock a superare la soglia del 3% in Leonardo, rinunciando di fatto all’esercizio del golden power, lo strumento normativo che protegge le aziende strategiche italiane da acquisizioni straniere. La settimana precedente, Giorgia Meloni aveva ricevuto a Palazzo Chigi l’amministratore delegato di BlackRock, Larry Fink. Nel luglio 2025, BlackRock e Vanguard detenevano quote in Rheinmetall significativamente cresciute rispetto al 2022.
La contraddizione di fondo era che il ReArm Europe era stato innescato su spinta USA affinché gli Stati europei aumentassero la spesa militare nell’ambito della NATO. La stessa Von der Leyen aveva parlato di “autonomia strategica”: in questo contesto, incrociato con lo scontro finanziario interno agli USA, era stata coltivata l’idea di sperimentare un mercato finanziario alternativo. Quest’idea si è però scontrata con due contraddizioni. La prima: la rottura con la Russia sulle forniture di gas e la conseguente dipendenza dal GNL statunitense. La seconda: la “guerra dei dazi” minacciata da Trump contro l’UE, che ha reso palese l’inconsistenza di una strategia comune europea e riconfermato la dipendenza economica dagli USA.
Parallelamente, l’amministrazione Trump ha riaperto il dialogo con i Big Three. È la fase in cui Musk è uscito di scena, di fatto esautorato dallo stesso Trump. Quello che è stato descritto come la separazione tra “due amici capricciosi” era in realtà il passaggio verso una nuova distensione tra la Casa Bianca e i fondi d’investimento. Da lì il Genius Act.
Il nome completo è Guiding and Establishing National Innovation for U.S. Stablecoins Act. Il 18 luglio 2025, Trump ha firmato la legge, che stabilisce un quadro normativo per le payment stablecoin: la prima legislazione federale USA sugli asset digitali. La legge richiede che le stablecoin siano coperte da dollari USA o altri asset a basso rischio. In pratica, chiunque nel mondo utilizzi una stablecoin in dollari sta indirettamente finanziando il debito americano e usando il dollaro come valuta: una forma digitale di dollarizzazione globale. Il Genius Act è pensato per prolungare e digitalizzare il dominio finanziario americana, portando la logica dell’embargo, del blocco e del controllo monetario direttamente nei portafogli digitali di tutto il mondo.
È anche un regalo diretto ai Big Three: ogni dollaro di stablecoin emesso genera automaticamente domanda di prodotti da loro gestiti, poiché sono loro a gestire gli asset che garantiscono le stablecoin. Occorre però chiarire che non si tratta di una soluzione in sé e per sé: è uno strumento più pervasivo, con maggiore capacità di penetrazione, che può rafforzare la posizione del dollaro solo a condizione che il dollaro rimanga effettivamente moneta di riserva globale. Che quindi gli USA si riaffermino dal punto di vista militare e nel controllo delle risorse.

Imperialismo, guerra e risorse

Tutto ciò ci dice che il capitale USA non può convivere con nessuna altra concentrazione di capitali alternativa o con sistemi paralleli al dollaro. Gli USA rigettano ogni forma di multilateralismo: questo corrisponde alla necessità di eliminare ogni concorrenza, comprese le istituzioni e sovrastrutture del capitale, fino al diritto internazionale, considerati ostacoli alla riaffermazione del dominio del dollaro. I detentori delle risorse riscrivono le regole per far valere i propri interessi.
In questo quadro si comprende meglio la nascita del Board of Peace, contrapposto alle stesse Nazioni Unite. Senza equilibrio e senza forze in grado di regolare la concorrenza, la prospettiva non può che essere la guerra.
Il caso venezuelano illustra concretamente come ha agito l’amministrazione USA in relazione ai Big Three. Dopo l’aggressione militare con cui è stato sequestrato il presidente Maduro insieme alla primera dama Flores, il governo venezuelano presieduto da Delcy Rodriguez ha aperto alla riforma del settore petrolifero. Il nuovo testo riduce significativamente il ruolo dello Stato nella gestione dei giacimenti, elimina l’obbligo per la compagnia pubblica PDVSA di detenere una quota di maggioranza e consente alle imprese private di operare nei campi petroliferi in autonomia e di commercializzare direttamente il greggio. La legge prevede tuttavia che la proprietà dei giacimenti rimanga allo Stato, mentre un’azienda privata “assumerà la piena gestione delle attività a proprie spese, conto e rischio, dopo aver dimostrato la propria capacità finanziaria e tecnica attraverso un piano aziendale approvato” dal Ministero del Petrolio.
Trump ha dichiarato di aver riunito tutte le compagnie petrolifere disposte a partecipare all’investimento. La traduzione è che i Big Three, nello specifico ExxonMobil, Chevron, Shell, BP e TotalEnergies, mettono i capitali di cui l’amministrazione USA non dispone, privatizzando i profitti dell’estrazione e della distribuzione del greggio. Washington, dal canto suo, può considerare il petrolio venezuelano un asset che rafforza il petrodollaro, aumentando la propria capacità di collocare il debito. Quel greggio è inoltre una fonte energetica necessaria per mantenere la proiezione militare richiesta dalla guerra per la tenuta del dollaro. L’aggressione al Venezuela e il suo esito sono stati un passaggio propedeutico a portare la guerra all’Iran.
La sintesi di questo lungo percorso è la seguente: i processi di privatizzazione e il drenaggio dei nostri risparmi costituiscono la base economica della guerra imperialista. Il venir meno dello stato sociale non è un effetto collaterale dello spostamento delle risorse verso la spesa militare, ma un atto necessario per finanziarizzare la condizione di milioni di lavoratori, indipendentemente dalla loro volontà. Il sistema-guerra è complessivo: lottare contro significa identificare tutti i passaggi che lo agevolano e attraverso cui si finanzia. La guerra parte dalle nostre buste paga, dalle nostre bollette, dai “nostri” fondi previdenziali e sanitari.

Il Fondo Cometa e Metasalute

Il Fondo Cometa nasce nel 1997 da un accordo tra Federmeccanica, Assistal, FIM CISL, FIOM CGIL e UILM UIL, con l’obiettivo di costruire una pensione integrativa per i lavoratori del settore metalmeccanico.
Oggi è il maggiore fondo pensione negoziale d’Italia: oltre 500 mila iscritti e circa 15 miliardi di euro di patrimonio gestito.
L’Assemblea dei Delegati conta 90 membri, metà in quota lavoratori e metà in quota aziende, eletti ogni tre anni.
L’Assemblea elegge il Consiglio di Amministrazione e il Collegio dei Sindaci. Il compito principale del CDA è la scelta dei gestori finanziari: Cometa non investe direttamente sui mercati, ma affida il patrimonio a società specializzate selezionate tramite bando pubblico internazionale.
L’ultimo rinnovo dei mandati principali, nel 2022, ha riguardato circa 11 miliardi di euro: i gestori attualmente incaricati sono Allianz, Eurizon Capital, BlackRock Investment, Candriam, State Street Global e Generali Italia.
La struttura è identica per tutti i 33 fondi pensione negoziali attivi in Italia, uno per ogni grande settore contrattuale: accordo tra sindacati e imprese, CDA paritetico, gara pubblica per i gestori, vigilanza. I numeri aggregati danno la misura del fenomeno: 74,6 miliardi di euro gestiti, 4,1 milioni di iscritti, contributi annui per 7,1 miliardi. Aggiungendo tutte le forme di previdenza complementare si arriva a più di 240 miliardi di euro, il 10% del PIL nazionale: i risparmi previdenziali di quasi 10 milioni di persone, affidati a gestori scelti da CDA dove siedono stabilmente i rappresentanti di CGIL, CISL e UIL insieme a quelli delle associazioni datoriali.
La catena che collega il TFR di un qualsiasi operaio ai grandi fondi è dunque concreta e diretta: il lavoratore versa i contributi, Cometa li raccoglie, il CDA assegna i mandati e i soldi finiscono sui mercati finanziari globali gestiti da BlackRock e State Street.
Accanto ai fondi pensione esiste un sistema parallelo di fondi sanitari integrativi, costruito con la stessa logica.
Metasalute è il fondo sanitario dei metalmeccanici, istituito da FIM, FIOM, UILM e Federmeccanica: copre oltre 400 mila lavoratori e le loro famiglie, per un totale di circa 2 milioni di persone.
Il meccanismo è però diverso da quello previdenziale.
Metasalute non gestisce un patrimonio finanziario: raccoglie i contributi aziendali – 156 euro l’anno a lavoratore per il piano base, fino a 900 euro per il piano più ricco – e li versa come corrispettivo di convenzione alla compagnia assicurativa incaricata, che fino al 2026 è Intesa Sanpaolo Protezione.
Il CDA di Metasalute è quindi un soggetto che assegna una convenzione assicurativa da decine di milioni di euro all’anno. Le riserve tecniche che Intesa Sanpaolo Protezione costituisce con quei premi vengono poi investite sui mercati finanziari, dove nuovamente i Big Three compaiono come gestori.
Lo stesso schema si ripete in tutti gli altri settori: è sempre un CDA paritetico tra sindacati e imprese a scegliere la compagnia assicurativa, e quindi a decidere dove vanno i premi.
Il lavoratore dipendente di una grande azienda metalmeccanica si trova a operare in un sistema a strati: INPS obbligatorio, previdenza complementare negoziata, assicurazione sanitaria integrativa, eventuale fondo aperto individuale. Un sistema costruito e sorvegliato da strutture dove i sindacati siedono stabilmente al tavolo.

Conclusioni

Torniamo così al ReArm Europe, basato su un piano di fondi pubblici, con la possibilità per gli Stati di aumentare il debito per la difesa fino a 800 miliardi di cui 150 a debito comune europeo: una componente fondamentale di questo piano è l’attrazione di capitali privati, ovvero i nostri risparmi gestiti.
Allo stesso tempo, l’Unione Europea cerca di costituirsi come centro imperialista più indipendente dal dollaro, creando strumenti finanziari specifici. Vengono lanciati fondi come Sienna Hephaistos o quelli di Keen Venture Partners, alternativi ai Tre Grandi, per raccogliere capitali per la difesa. La stessa premier Meloni ha messo in luce questo passaggio, e la nuova normativa sul TFR cerca di incentivare questo processo, rendendo più facile spostare i risparmi da un fondo all’altro.
Questa corsa alimenta una nuova bolla speculativa. Si giocherà la partita della dipendenza dal dollaro e della gerarchia interna all’UE: i paesi che riconvertiranno più facilmente la produzione alla difesa, come la Germania, avranno più facilità nel finanziare il proprio debito, a scapito di chi sarà costretto ad alzare i tassi.
È il passaggio in cui le forze produttive si convertono in forze distruttive per far fronte alla crisi. La produzione di armi porta con sé il paradosso: o non vengono usate e la bolla scoppia, o vengono usate e la guerra diventa reale.
Questa non è che una fotografia ragionata dello stato delle cose. Rimane lettera morta senza un’azione di lotta capace di coglierne gli elementi su cui agire per mettere in discussione questi equilibri.
La domanda è la seguente: tenere la condizione della classe lavoratrice ancorata ai successi dell’imperialismo – per cui i guadagni della speculazione finanziaria corrispondono a rendimenti più alti per le nostre pensioni integrative e le nostre assicurazioni sanitarie, mentre il sistema sanitario pubblico viene scientemente smantellato – oppure rivendicare la rottura di questo sistema perverso nell’ambito del ripudio della guerra e della solidarietà internazionalista?
Dalla risposta si determina una scelta di campo.
La conseguenza pratica potrebbe essere quella di una campagna capace di mettere in discussione i fondi integrativi, partendo da un presupposto – tattico – “di scelta etica” e alimentando una crescente politicizzazione della battaglia stessa, per attaccare il sistema dei fondi integrativi e chi li gestisce, in particolare chi a parole si oppone alla guerra ma nei fatti siede ai tavoli strutturati all’interno di quel sistema.
Ancora una volta: la lotta contro la privatizzazione è direttamente collegata all’opposizione al sistema della guerra.
Questa non è una questione economica ma politica: un tassello della diserzione il cui primo obiettivo deve essere quello di sottrarre i risparmi, quindi la base economica, al sistema guerra.
Ciò sarà possibile solo se questo dibattito sarà affrontato, discusso e corretto all’interno di tutte le realtà e le organizzazioni che si oppongono alla guerra per poi dare gambe e testa alla campagna con azioni pratiche e concrete che spingano al protagonismo della classe operaia.

A seguire invece trovate due contributi che non sono stati sviluppati nell’intervento per motivo di tempo ma che risultano utili per una comprensione più complessiva della crisi e del peso dell’egemonia del dollaro