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Materiali Convegno: Giovani Palestinesi d’Italia

Come Giovani Palestinesi d’Italia abbiamo accolto l’invito dei compagni ad intervenire in questa giornata nazionale in occasione del 25ennale del G8. Come organizzazione palestinese di diaspora in Italia, nell’eredità storica della nostra causa, portata avanti non come banale commemorazione, troviamo linfa vitale per costruire la nostra lotta qui, oggi. Per questo sentiamo l’importanza di partecipare a questo momento, perché riconosciamo il significato di quei giorni nel 2001 e sappiamo che la memoria che conserviamo e rievochiamo in questa giornata e con il corteo del 19 non è un esercizio nostalgico, ma la prosecuzione di un percorso di lotta che nonostante la violenza repressiva dello Stato, non si è mai interrotto.

E se è vero che la Palestina è una causa che il movimento ha sempre fatto propria, anche 25 anni fa, il legame che oggi sottolineiamo ci parla di una convergenza molto più potente: oggi la causa palestinese è diventata centrale in tutti i percorsi di lotta, ponendosi con un ruolo di avanguardia contro l’imperialismo e rimettendo al centro il ruolo della Resistenza con ogni mezzo necessario. Il “blocchiamo tutto” delle mobilitazioni dello scorso autunno ha dimostrato proprio questa convergenza, con una potenza che come si è spesso detto, in Italia non si esprimeva da almeno vent’anni.

Sappiamo quanto lo Stato teme e ha temuto il movimento che si è creato in questi tre anni, lo sappiamo perché abbiamo visto come la repressione e la criminalizzazione del dissenso si siano intensificate, anche in maniera preventiva, pensiamo per esempio all’accelerazione sull’approvazione del Ddl Sicurezza nel 2024.

E anche qui si materializza il filo che lega le giornate di Genova e la mobilitazione per la causa palestinese di questi anni, nel dimostrare che la criminalizzazione del dissenso e la repressione sono gli unici strumento che lo Stato riesce a utilizzare: quando non può costruire consenso, cerca di neutralizzare il conflitto sociale e politico.

Come 25 anni fa, la motivazione va ricercata nella tutela degli interessi delle classi dominanti: se allora era da proteggere il sistema neoliberista globale che andava consolidandosi dai primi anni 90, oggi la complicità occidentale con l’entità sionista svela i numerosi interessi economici minacciati dalla causa di liberazione della Palestina. Da una parte il ruolo fondamentale nella fornitura di armi e carburante che rendono e hanno reso possibile il genocidio dal 2023 ad oggi, dall’altra lo stesso ruolo centrale dell’entità sionista nell’infrastruttura globale di circolazione dei capitali, in particolare per quanto riguarda lo sviluppo di tecnologie di sorveglianza. 

E quindi capiamo perché la criminalizzazione del movimento per la Palestina si sia intensificata così tanto: gli interessi da proteggere sono numerosi, ed è proprio con lo Stato di Polizia che va costituendosi coi vari disegni di legge che si sta proponendo quel “Surveillance State” che l’entità sionista permette di creare attraverso le tecnologie che fornisce a tutte le forze dell’ordine del mondo. E non dimentichiamo il progetto “Sentinel” che nasce dalla strategia nazionale di contrasto all’antisemitismo dove le nostre forze dell’ordine, nello specifico i carabinieri, ricevono formazione specifica da parte dell’IOF per applicare le loro pratiche anche sul territorio italiano.

E la repressione produce prigionieri: nel movimento i prigionieri non si contano; il 41bis che nasceva come metodo di repressione speciale si sta sempre più ampliando per andare a colpire specifiche categorie e certe personalità che manifestano il dissenso. 

E per i palestinesi la questione dei prigionieri è centrale nella propria causa di liberazione, in termini prettamente materiali e non meramente retorici: lo stato di prigionia è dato quasi fisiologico per i palestinesi. L’entità sionista non potrebbe sopravvivere senza la repressione del dissenso, l’incarcerazione in regime penale o amministrativo in modo da spezzare la continuità della vita e della lotta delle persone palestinesi. Come conseguenza, i prigionieri diventano parte centrale anche della lotta di liberazione: la repressione ha l’obiettivo di intimidire, disgregare e decapitare i moti rivoluzionari, privandoli dei loro leader, dei loro quadri, attaccando le persone isolate nel tentativo di dissuaderle dalla partecipazione alla lotta di liberazione. E allora questa lotta non può prescindere dal vedere la liberazione come uno dei punti fondamentali per rispondere al nemico. 

Nel momento in cui la lotta per la liberazione si estende anche al di fuori della Palestina occupata, l’esigenza di repressione supera questi confini a sua volta: ed è per questo che abbiamo visto aperture di indagini e arresti su procura del sionismo, sia in Italia che nel resto della diaspora. 

Nel caso dell’Italia, si tratta di un capitolo che si è aperto con la richiesta di estradizione di Anan Yaeesh, un combattente palestinese che ha preso parte alle operazioni della resistenza contro Israele in Cisgiordania. Come sappiamo, a seguito di tale richiesta Anan è stato arrestato e, una volta accertata l’impossibilità di estradizione verso Israele, è stato processato in Italia per reato di terrorismo insieme ad altri due palestinesi, Ali Irar e Mansour Doghmosh.

Il primo grado di giudizio si è concluso con l’assoluzione degli ultimi due e la condanna di Anan a 5 anni e 6 mesi di reclusione, a fronte della richiesta di 12 anni di condanna formulata dal PM. 

E questo è il caso che ha aperto il capitolo di repressione dei palestinesi in Italia sulla base di fattispecie di reato di stampo terroristico: prima Ahmed Salem, condannato anche lui in primo grado perché deteneva e condivideva materiale che riprendeva le azioni della resistenza nella striscia di Gaza; poi i compagni dell’API, sottoposti a indagini e reclusi nelle carceri di massima sicurezza sotto accusa di finanziare e di essere una cellula di Hamas, in quanto organizzazione terroristica, e per i quali il 19 giugno, il Tribunale del Riesame di Genova ha confermato con una nuova ordinanza la custodia cautelare in carcere per Hannoun, Albustanji, Elasaly e Dawoud.

Bustanji è anche stato recentemente trasferito al carcere di Sassari, senza che però sia stata data alcuna informazione sulle sue condizioni materiali e di salute, nonostante l’allarme sollevato dagli avvocati in merito al deterioramento di questo.

E non da ultimo gli ultimi recenti arresti in Puglia, in continuità al caso di Ahmed, sono stati quelli di Abdalmuti Abunada, palestinese di 30 anni e di un altro ragazzo palestinese di 25. Entrambi accusati di apologia di terrorismo per dei video su Tiktok in cui anche loro invitavano alla mobilitazione contro il genocidio.  

Il caso dell’Italia, appunto, non è un caso isolato: un evento repressivo molto simile è avvenuto in Francia qualche mese fa; quando un’inchiesta partita a novembre del 2023 ha portato all’accusa di 5 persone facenti parte del Humani’Terre e Soutien Humani’Terre, con violente perquisizioni e la confisca di tutti i fondi destinati alla Palestina. Queste indagini sono state condotte attraverso una stretta cooperazione tra Francia, Italia, Stati Uniti e Israele. Questo dimostra perfettamente come il sistema stia reagendo a un’enorme risveglio politico attraverso una strategia coordinata su diversi fronti.

Sempre in Francia  Ali, palestinese del campo profughi di Balata, è stato strappato alla sua famiglia e rinchiuso in carcere a sua volta sotto accusa di terrorismo; o ancora, abbiamo visto la dissoluzione del collettive Palestine Vaincra e la pressione su Urgence Palestine che rischia la stessa fine; lo abbiamo visto con il caso di Mohammed Khatib e gli attacchi al network di Samidoun.

In Gran Bretagna abbiamo visto invece la criminalizzazione di Palestine Action riconosciuta come organizzazione terroristica e i vari arresti legati al movimento di solidarietà con la Palestina come quelli di Fatema Zainab, Lottie, Ellie e Sam (parte dei Filton25), condannati per danneggiamento dopo essere entrati in un sito segreto di Elbit system nei pressi di Bristol nel 2024 e aver distrutto una partita di armi utilizzate contro i palestinesi a Gaza.

Tutte queste manovre repressive e incarcerazioni sono un evidente tentativo di criminalizzare il movimento di lotta per la liberazione della Palestina, che non si è arrestato al sanzionamento tramite l’applicazione di reati di piazza e di ordine pubblico, ma che si spinge a rendere illegittima e illegale l’organizzazione della diaspora palestinese in diaspora. E questo parte dalla delegittimazione delle organizzazioni palestinesi della diaspora che sono state alla testa delle mobilitazioni a partire dal 7 ottobre 2023. E questa delegittimazione opera attraverso l’assimilazione della lotta di liberazione al terrorismo.

Una delle nostre priorità in Italia deve essere anche quella di mobilitarci e pretendere la libertà di ogni prigioniero incarcerato per la causa di liberazione, così come preteso anche dalla Resistenza in Palestina per tutti i prigionieri all’interno delle carceri sioniste.

La repressione entra in gioco per frammentare, spaventare, farci sentire soli e deboli. Ma noi oggi dimostriamo di non essere nulla di tutto questo. Non abbiamo paura della repressione, perché sappiamo che l’imperialismo è al suo stadio finale — e non indietreggeremo proprio ora.

La resistenza palestinese ha vinto. Noi oggi abbiamo vinto. Abbiamo vinto in Italia con la liberazione di  Tarek Dridi, tunisino, arrestato per aver preso parte alla manifestazione in solidarietà con la resistenza palestinese del 5 ottobre 2024 e condannato in abbreviato a quattro anni e otto mesi. È uscito dal carcere di Frosinone il 16 giugno, dopo 1 anno e 8 mesi di detenzione.

Abbiamo vinto quando è stato liberato e assolto Seif Bensouibat, un educatore algerino arrestato a Roma il 16 maggio 2024 e trasferito in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio per via di alcune frasi critiche verso Israele pubblicate mesi prima in una chat privata. Seif ha vinto grazie al suo coraggio — ma anche perché fuori dal CPR c’era chi si era organizzato per sostenerlo. 

Abbiamo vinto qui e in libano quando è stato liberato George Abdallah a luglio dell’anno scorso, lui stesso ha dichiarato che questo è stato possibile solo grazie alle mobilitazioni di milioni di persone che hanno portato avanti la lotta per cui era stato arrestato. 

Se la repressione è un piano organizzato, l’unico modo per combatterla è con una lotta altrettanto organizzata e unita.

Mobilitarci per i prigionieri è fondamentale per la loro libertà e per dare continuità alle loro istanze al di fuori delle carceri, ricordare a loro e a tutti che c’è una causa più grande che ci unisce, quella della liberazione della Palestina e del mondo dal sionismo e dall’imperialismo.

Le mobilitazioni che hanno avuto luogo a partire dal 7 ottobre in poi in Italia hanno messo in dubbio la capacità dello stato italiano e del governo in carica di poter proteggere gli interessi del sionismo in Italia; allo stesso modo, hanno messo in dubbio la capacità della cosiddetta sinistra istituzionale di prendere una reale posizione e azione concreta contro il sionismo, qualcosa che andasse oltre il semplice dissociarsi da Netanyahu. Ed è a partire da questo dato che Meloni, nel noto convegno ad Atreju in cui ha stretto la mano del criminale Abu Mazen, il preteso legittimo rappresentante dei palestinesi, si è rivolta alle organizzazioni palestinesi in Italia chiedendo loro di chiarire la propria posizione rispetto alle forze della resistenza.

Ma questa è una domanda a cui noi abbiamo già dato risposta più e più volte: come organizzazione della diaspora non pretendiamo di rappresentare un partito o una fazione della Palestina in Italia. La diaspora è parte integrante del popolo palestinese e una spina fondamentale nella sua lotta di liberazione, che dal ventre della bestia, dal cuore dell’imperialismo, lotta e colpisce il sionismo e le sue strutture. Ed è a partire da questo che affermiamo che il nostro è un supporto incondizionato alla resistenza palestinese, e che non c’è alcuna liberazione per la Palestina e il mondo arabo senza la sconfitta del sionismo.

Anche per questo sono chiari i tentativi di chi cerca di gettare fumo negli occhi parlando di ostaggi: parlare in questi termini dei militanti e dei resistenti incarcerati vuol dire strapparli alla lotta, snaturare e svuotare del senso politico la loro prigionia. Allo stesso modo, getta fumo negli occhi chi cerca di parlare di Mandela palestinesi, provando ad eleggere un’immagine di palestinese, di leader imprigionato ideale, squalificando arbitrariamente gli altri prigionieri che non rispettano determinati criteri.

Se sul fronte esterno la guerra si allarga e si estende, dalla Palestina al Libano allo Yemen fino all’ultimo attacco imperialista all’Iran, sul fronte interno la guerra richiede una ristrutturazione della società verso un’economia e uno stato di guerra che penetra le nostre vite in ogni aspetto. I piani di riarmo europei e gli obiettivi della Nato di portare le spese militari al 5% del PIL entro il 2035 richiedono agli stati membri di investire nella guerra, tagliando dalle spese sociali, riconvertendo industrie, implementando una filiera bellica irregimentata e protetta. Allora il dissenso contro la guerra imperialista, verso il supporto politico, economico, logistico al genocidio in corso a Gaza, diventa un ostacolo da eliminare. Soprattutto quando il movimento per la Palestina è riuscito a passare dalla solidarietà simbolica al supporto concreto alla Liberazione del popolo Palestinese e la sua resistenza, cioè quando ha saputo colpire e danneggiare gli interessi sionisti e imperialisti, bloccando porti, aeroporti, stazioni, interporti, fabbriche di armi. Quando è in grado di rendere la complicità col sionismo politicamente e praticamente insostenibile, diventa un problema per la tenuta di un sistema che vede nel sionismo vede la sua punta di diamante, l’immagine della civiltà occidentale, moderna e democratica contro la “barbarie” di chi questo modello di società non l’ha mai accettato, chi rappresenta un ostacolo alla crescita del capitale e dei profitti.. Un’immagine che ora si trova in una crisi profonda ed estesa, grazie a chi resiste in Palestina, in Libano, in Siria, in Iran, in Iraq, in Yemen, grazie a chi rifiuta di essere pacificato, resiste alla colonizzazione e colpisce la lunga mano del capitalismo occidentale. E una crisi che si amplia e si approfondisce qui in occidente, grazie a chi lotta dall’interno del ventre della bestia, contro lo stesso nemico e gli stessi padroni che producono guerre e genocidi altrove. La fase repressiva attuale è la dimostrazione della debolezza del sistema che, per arginare la propria crisi di legittimità e garantire il suo corretto funzionamento, cerca di intimidirci a colpo di pacchetti sicurezza, arresti, fermi, detenzioni preventive, denunce,  perquisizioni, DASPO, fogli di via, sgomberi degli spazi occupati, zone rosse nei centri urbani e rastrellamenti nei quartieri. La repressione è la violenza più brutale che l’Occidente esporta nel “sud globale”, quando serve torna indietro e viene adottata all’interno dell’occidente stesso, e solo allora viene riconosciuta come “fascismo”, dopo essere stata prima sperimentata sui popoli colonizzati, su persone migranti e razzializzate.

Un altro elemento importante è la recente delibera della Commissione di Garanzia, a marzo di quest’anno, che ha reinterpretato la legge 146 del 1990 che regola gli scioperi, includendo la logistica nei cosiddetti “settori essenziali” soggetti a maggiore limitazioni e controlli, volti a depotenziare gli scioperi nel settore fino a quasi vanificarli. A distanza di 36 anni dalla sua entrata in vigore, questo è un atto politico preciso verso un settore che è stato combattivo e strategico nel contrasto alla fornitura di armi ed energie al genocidio e alla guerra.

Sappiamo che l’unica via è quella della lotta, che davanti alla repressione lo sforzo più grande che possiamo fare è quello di continuare a organizzarci nella lotta contro il sionismo, in quanto sappiamo essere la testa di ponte dell’imperialismo. Sappiamo di lottare contro un nemico estremamente organizzato e capillare, ed è nostro onere fare in modo che la nostra lotta lo stia quantomeno altrettanto. Sappiamo che la liberazione dei prigionieri non avviene con la negazione dei propri principi, e nemmeno con il compromesso e i patteggiamenti in aula: e questo è un ulteriore insegnamento di Anan Yaeesh che ci ha dato nel corso del suo processo. Sappiamo di essere dalla parte giusta della storia, che la nostra lotta è legittima e che i nostri prigionieri politici saranno liberati solo se riusciamo a portare avanti i compiti richiesti dalla lotta di liberazione. Sappiamo che possiamo torcere il braccio alla mano che ci reprime solo con i rapporti di forza, e questi sono possibili solo tramite l’organizzazione e la perseveranza nella lotta.

Dalla dichiarazione di Anan Yaeesh: “Volete che mi difenda dalle accuse a mio carico, ma mi vergogno di cercare l’assoluzione da accuse che per me rappresentano un motivo di onore. Non voglio difendermi dall’accusa di avere dei diritti e di averli rivendicati, o di aver tentato di liberare la mia gente e il mio Paese dall’oppressione coloniale. Giuro che non intendo essere assolto dalla legittima resistenza contro l’occupazione sionista. La resistenza palestinese è uno dei fenomeni più nobili conosciuti dalla storia.”