La tendenza alla guerra ha oggettivamente subito un’accelerazione. Oggi siamo a un passo dal baratro di una nuova guerra mondiale. Con tutta probabilità il punto di non ritorno è già stato superato, ma ancora non ve n’è una consapevolezza diffusa.
Da una parte ci battiamo contro la mobilitazione reazionaria delle masse. Come fu per il fascismo e soprattutto per il nazismo, essa si basa sulla creazione di nemici fittizi contro cui scagliarsi. Come prima della Seconda Guerra mondiale, quando l’odio contro gli ebrei fu sovrapposto a quello contro i comunisti nella logica cospirazionista del complotto “giudaico-bolscevico”, oggi un’operazione simile si sta delineando contro “immigrati-Islam-comunisti”. Questa propaganda è chiaramente funzionale a irregimentare la società per portarla alla guerra.
Dall’altra parte, la sinistra riformista e istituzionale ormai ha integrato la propria classe dirigente con gli interessi del capitale. Ha totalmente abbandonato la propria storia, ma lascia che le proprie strutture di base continuino a presidiare i valori della “sinistra che fu”. Questo perché è il loro biglietto da visita per presentarsi come alternativa alle destre e come maggiormente affidabile nel governare le contraddizioni sociali. Per tenere in piedi quest’impalcatura, però, quei valori devono essere svuotati di tutta la loro forza materiale di cambiamento. Ne risulta che, dall’antifascismo allo stesso valore storico della “sinistra” nel suo complesso, non rimangono che enunciati utili solo a fini elettoralistici, senza alcun riscontro politico e materiale. È così che la classe dominante si sta assicurando un continuo vantaggio rispetto alle classi subalterne. Alza la bandiera del fascismo e del progressismo senza soluzione di continuità, mantenendo viva l’idea dell’alternanza democratica, ma all’interno di un’architettura istituzionale che non concede spazio a nessun tipo di incompatibilità contro il sistema della guerra.
Questo quadro fa parte di un processo storico che avanza da decenni, arrivando a sancire addirittura “la fine delle ideologie e della storia”. Questo sistema, che oggi assume la forma della tecnocrazia, si mostra come neutrale, oggettivo, e si fa senso comune come fosse ineluttabile. Anche per questo oggi da più parti ci sentiamo dire che “destra e sinistra, fascismo e antifascismo” sono ormai categorie superate. Noi pensiamo non sia così. Pensiamo che questa sia solo un’apparenza in cui alcuni inciampano. Il totale disarmo ideologico a cui è stata sottoposta la Classe sta riuscendo ad impedire che quelle categorie siano messe a continua verifica rispetto alla realtà, per continuare a essere la bussola che ci fa orientare nel mondo che ci circonda. Questo è il motivo per cui stiamo perdendo la capacità di definire in modo autonomo le categorie che ci aiuterebbero a leggere i fenomeni sociali e politici per incidervi. Ci accontentiamo invece di assorbire il modo in cui questo sistema le definisce. Il rischio è quello di sopravvivere sempre un passo indietro rispetto alla controparte. Ormai nel movimento è di uso comune aggirare questo limite con formulazioni del tipo “al di là delle differenze e per fare argine comune”. Ma così facendo non sappiamo più neanche quali siano queste differenze, né dove posizionare le linee rosse per cui queste “differenze” possono essere riassorbite oppure sono realmente inconciliabili. Soprattutto, ne risulta che non ci chiediamo dove, quando e perché l’argine si sia rotto, come fosse solo una questione quantitativa e non anche qualitativa.
L’assemblea nazionale del 24 e 25 ottobre vuole essere uno dei tentativi necessari di invertire la corrente che si è fatta senso comune. Vuole riaffermare la necessità di un confronto sul merito, sulle categorie politiche e sulla loro definizione. Allo stesso tempo non vuole essere un esercizio teorico, ma una guida all’azione nella dialettica “pratica-teoria-pratica”. La nostra volontà è quella di riaffermare indipendenza e autonomia di Classe nel confronto su ogni macrotema, in ogni tavolo di discussione, con la consapevolezza che ogni lotta parziale o locale fa parte di uno scontro ben più ampio e complessivo.

