Pubblichiamo di seguito il contenuto di uno degli interventi a conclusione del corteo ‘In ogni caso nessun rimorso’.
Genova, piazza de Ferrari, 19 luglio 2026
Non saremo certo noi, oggi, a fare un bilancio delle giornate del luglio 2001 né tanto meno su quel movimento. Un dibattito del genere avrebbe dovuto affrontare gli eventuali errori di condivisione, valutazione e sottovalutazione che potevano essere stati commessi in quelle giornate. Avrebbe dovuto svilupparsi parallelamente alla solidarietà e alla difesa complessiva di quell’esperienza, per un suo rilancio.
Parlare di possibili errori non vuol dire fare ammenda o porgere il fianco. Vuol dire rifuggire l’idea di essere infallibili, perché questa è la storia di ogni movimento, anche degli stessi movimenti rivoluzionari. Dalla pratica si traggono insegnamenti, si discutono, si affrontano, per affinare la pratica che poi porteremo di nuovo in strada.
Quel dibattito avrebbe dovuto essere serrato al suo interno e netto nelle sue dichiarazioni pubbliche. Questo per respingere ogni tentativo di contaminazione da parte degli stessi che avevano legittimato, caldeggiato e insabbiato la violenza delle forze di polizia, con il fine di disarticolare quel movimento.
Quel dibattito non ebbe luogo.
Almeno un insegnamento però dobbiamo trarlo da quelle giornate e dal loro epilogo. C’è un errore, l’errore principale, che ha impedito proprio quel dibattito. Dobbiamo registrarlo affinché si sviluppino gli anticorpi per non ricommetterlo, perché quell’errore ancora oggi ci insegue e si ripresenta ogni volta davanti a noi.
L’errore è stato quello di parlare pubblicamente con la voce e le parole dello Stato, alimentando la narrazione degli ‘infiltrati’ e, quando quella non era sufficiente, dividendo i ‘manifestanti buoni’ dai ‘manifestanti cattivi’.
Non possiamo escludere che molti siano caduti in buona fede in questo gioco al massacro, perché, in assenza di quel bilancio, diventava più comodo e più facile fare proprie le posizioni che ci venivano vomitate addosso dal martellamento di giornali e televisioni.
Allo stesso tempo, però, c’è chi è stato coprotagonista di questo attacco dall’interno del movimento. Chi ha agito in malafede e scientemente per capitalizzarlo, salvandone una parte e buttando a mare l’altra, oppure per rinchiuderlo nel perimetro della compatibilità e riportarlo solo verso l’urna elettorale.
Questo errore dobbiamo registrarlo, non per esercizio intellettuale o per fare i conti con il passato. Se vediamo le piazze tornare a riempirsi, e auspichiamo la crescita di un movimento che sappia realmente mettersi di traverso rispetto alle politiche di guerra e genocidio, già sappiamo che questo sistema vorrà farci pagare un prezzo salato. Già adesso lo stanno facendo.
Dobbiamo capire che se oggi si possono permettere di produrre inchieste, processi e arresti con l’accusa di ‘terrorismo’ per un sabotaggio, un’azione simbolica o addirittura per una raccolta fondi per la Palestina, questo dipende anche dal fatto che 25 anni fa passò la divisione tra ‘buoni e cattivi’.
Se già sappiamo che altri pagheranno, ciò che non possiamo permetterci è l’errore di lasciare la solidarietà verso questi compagni e queste compagne solo ad una parte del movimento: esattamente ciò che è stato per i dieci che hanno scontato le giornate di Genova con una condanna complessiva a 100 anni di carcere.
Dobbiamo ricordarci che il movimento che 25 anni fa si riversò per le strade di Genova era eterogeneo, composito e complesso.
Questa può essere una ricchezza ma allo stesso tempo, quando veniamo messi sotto attacco, può generare contraddizioni e spiragli che si possono trasformare in voragini se diamo modo alla controparte di farci dettare l’agenda sfruttando l’opportunismo.
Infatti non stiamo dicendo che una pratica sia migliore di un’altra. Di quel movimento faceva parte, legittimamente, chi scendeva in piazza con le mani alzate e tinte di bianco, chi si rivendicava la pratica della non-violenza e il variegato mondo del pacifismo, come chi praticava l’azione diretta e in quelle giornate attaccò le banche e i simboli del potere, fino al carcere di Marassi.
Ne faceva parte chi alzò le barricate e chi, come Carlo Giuliani, aveva un passamontagna a coprire il volto. Su questo, davanti alle forze reazionarie che ancora provano a dipingerlo come un ‘teppista’, noi abbiamo solo una cosa da dire: speriamo che anche in futuro ogni giovane compagno o compagna abbia la fortuna di trovarsi al fianco di un Carlo Giuliani, che abbia il coraggio di raccogliere un estintore vedendo spuntare una pistola da un defender!
Infine, vediamo ciò che sta succedendo in questo paese. Possiamo fare previsioni su cosa produrrà lo spostamento a destra del dibattito pubblico e quali saranno su di noi le ricadute della guerra. Possiamo avere analisi diverse ma sicuramente concordiamo su un punto: stiamo vivendo tempi difficili e ne vivremo di peggiori.
Per questo motivo è importante trasformare l’errore delle giornate di Genova in un insegnamento: la solidarietà deve travalicare la complicità o l’affinità, ma si deve estendere a tutti e tutte coloro che, anche con pratiche diametralmente opposte rispetto alle nostre, aspirano a cambiare questo mondo.
Se davvero esiste un ‘noi’, questa è la base minima per segnare un confine netto e chiaro con ‘loro’: gli agenti e i servi del sistema della guerra e dello sfruttamento, davanti ai quali dobbiamo imparare a rivendicarci sempre tutto, errori compresi, dei quali semmai dibatteremo e discuteremo tra ‘noi’.
In ogni caso nessun rimorso!”
